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A CONFRONTO CON UN NUOVO SANTO: UN SANTO SOCIALE

Don Orione  fin da piccolo, visse un’ irresistibile attrazione per tutto ciò che riguardava le vicende del popolo. Tra la fine del secolo scorso (1872) e l’inizio di quello che ha chiuso il Duemila (1940) egli intuiva il formarsi di «un’epoca nuova».

Don Orione dalla famiglia povera e dal suo papà operaio trasse una spiccata sensibilità sociale. Essere figlio del popolo non fu per lui solo un dato di cronaca ma un «un tema generatore» della sua personalità. Tra i modelli di credenti che la Chiesa ci presenta, don Orione è quello che appare caratterizzato da una spiccata psicologia sociale, da una peculiare profondità nel vivere il legame con i fratelli. Ci appare, inoltre, come colui che ha elaborato, sotto l’impulso della grazia dello Spirito, un patrimonio evangelico dal forte carattere sociale.

Nella sua mente e nel suo cuore era talmente radicata l’esperienza religiosa dell’umanità come «insieme»  da giungere ad integrare con naturalità le visuali sociali, diceva: «Vedo tutto un passato che cade, se già, in parte, non è caduto; le basi del vecchio edificio sociale sono minate; una scossa terribile cambierà, forse presto, la faccia del mondo» (Buenos Aires, 3 luglio 1936).

Don Orione giunse a maturare una sensibilità tale da essere capace di sintonizzarsi con le spinte profonde della storia, delle vicende collettive, col senso generale di ciò che riguardava le sorti complessive del mondo e a cogliere, dentro a questo quadro organico, il senso e le proporzioni del resto, dando così alle sue valutazioni e alle sue azioni una prospettiva luminosa e attraente, in grado di evocare consenso e di mobilitare energie.

È quello che la Chiesa, sulla scia del Concilio, ha definito e proposto nella formula «lettura dei segni dei tempi». Don Orione, senza modelli né maestri, senza indicazioni né agevolazioni pedagogiche ed ascetiche, fu condotto dallo Spirito a queste intuizioni spirituali,  grazie ad una profonda fedeltà ad un dono che era germinato in lui attraverso la concretezza della sua origine e del suo ambiente psico-sociale. Era naturalmente portato a percepire e vivere il legame necessario ed intrinseco tra vita cristiana e dedizione alle classi sociali ed in particolare alla società in trasformazione attorno ai ceti umili. La sua santità si rivelava destinata a «creare» società, a determinare il cambiamento orientandolo, ad influire sulla sostanza stessa dei modelli di vita dei popoli e sull’organizzazione sociale del mondo.

 

Ad un anno dalla morte, nella primavera del 1939, quando le vicende dell’Europa stavano per esplodere nella tragica seconda guerra mondiale, troviamo degli appunti in cui scrive: «Apriamo a molte genti un mondo nuovo e divino... Dobbiamo essere santi, ma farci tali santi che la nostra santità non appartenga solo al culto dei fedeli, né stia solo nella Chiesa, ma trascenda, e getti nella società tanto splendore di luce, tanta vita di Dio e degli uomini, da essere più che i santi della Chiesa i santi del popolo e della salute sociale... Dobbiamo essere una profondissima vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali...». Questa armoniosa unità che, in don Orione,  integra nel fuoco interiore Dio e umanità, santità e società, spiritualità e storia, Chiesa e mondo, mistica e strati sociali, è un monito per noi tutti a prendere posizione, ad agire, a gestire il cambiamento.

Don Orione ha, senza alcun dubbio, vissuto un’avventura interiore che ha anticipato, temi, sensibilità e proiezioni apostoliche divenute più nitide e chiare solo con il Concilio Vaticano II. L’eredità che ci ha lasciato, la carica di originalità e di novità di questa sua esperienza rispetto ai modelli di vita più comuni e diffusi, è, ancora oggi, racchiusa da un sigillo. Come per ogni luce inattesa e folgorante, facciamo fatica a individuarne il cuore, i contenuti. le implicazioni : è un tesoro ancora nascosto, non abbiamo ancora sufficiente coscienza della sua preziosità e, pertanto, non abbiamo assunto la decisione di vendere tutto per acquistare quel tesoro.

È comunque auspicabile che si avvii una seria verifica per cogliere lo stato della «recezione» di questa consegna e per chiamare a raccolta le energie  dando vita ad una stagione di seminagione di tale preziosa sensibilità aperta alla società e alle vicende dell’umanità.

Le numerose provocazioni che salgono dalla cronaca di questo inizio di millennio richiamano tutti noi e tutti gli amici ed estimatori di don Orione a un solido confronto con questa dimensione essenziale del suo spirito.

Non è possibile la comunanza di spiritualità con don Orione senza un cosciente sviluppo della sua “sensibilità sociale”  e  senza aver fatto propria quella forza che da tale sensibilità si sprigiona e che abilita a cogliere le tensioni globali della società e ad incidere criticamente sui suoi indirizzi e sui suoi modelli di futuro.

A partire dal 1989, ideologie, culture, sistemi ed enormi grumi di speranza, originati da eventi del 1919 (epoca in cui don Orione aveva 46 anni), si sono sgretolati in modo clamoroso e non previsto. Ma quanto è successo con l’allarme del noto 11 settembre ha reso ancora più denso di responsabilità, per noi, quanto egli scrisse nel 1939: «Vedo tutto un passato che cade... una scossa terribile cambierà la faccia del mondo». Non possiamo lasciare sullo sfondo, indistinta, sfocata, se non addirittura inesistente la «tensione» sociale che caratterizzò l’ esperienza cristiana di don Orione. Noteremo che la cruciale situazione del sistema-mondo è rivelata più di ogni altra situazione pur critica dalla cancellazione dell’Africa. Essa resta  il simbolo più eloquente della crisi della famiglia umana e del fallimento delle nostre civiltà e politiche. Davanti a questo quadro, dovremmo insistere nella formulazione di ciò a cui dire «no». E, ancor di più, dovremmo coagulare le nostre forse per sapere a cosa dire di «sì». No al trionfo del mondo-mercato Sì a un mondo solidale, sì a una “società fraterna”. Oltre 70 anni fa don Orione scriveva, nella stagione ultima e matura della sua vicenda spirituale, «una grande epoca sta per venire», metteva cioè al centro e al culmine della sua spiritualità la dedizione alle ragioni del futuro della società.

Il livello e il profilo della personalità cristiana di don Orione coinvolge anche noi in questo suo orizzonte e ci sprona a rifiutare ogni fuga dagli ideali concreti, ogni abbassamento remissivo delle tensioni interiori, ogni declassamento del nostro ruolo nei disegni della Divina Provvidenza. Ci offre delle prospettive storiche e degli appelli che, siamo sinceri, non ci è abituale evidenziare, proporre, discutere, né, tanto meno, perseguire operativamente. È molto più comune, in vari ma convergenti toni, rimuovere un simile approccio alla vita, ricorrendo alle ragioni dell’immediatismo e della «praticità», del realismo e della concretezza.

Ma don Orione guardando ora alla sua famiglia allargata e credendo in noi più di noi stessi, non esita ad insistere chiamandoci direttamente in causa: «A quest’era, noi per quanto minimi, dobbiamo portare il contributo di tutta la nostra vita. Per quanto è da noi, noi dobbiamo prepararla, affrettarla con l’orazione incessante, con la penitenza, col sacrificio col trasfondere la nostra fede, la nostra anima specialmente, nella giovane generazione, specie di quella gioventù che è figlia del popolo.... La spiritualità è proprio l’esercizio di questa capacità, dono di Dio, di dare contenuti, di occupare spazi, di elaborare strategie per dare genialità, grandezza e, insieme, concretezza di ipotesi e di progetti all’edificazione di una «società rinnovata» . 

Don Gino Moro fdp