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A CONFRONTO CON UN NUOVO SANTO: POSTERI O EREDI?

 

La mente e il cuore di don Orione si presentano come un luogo amico per le sorti dell'umanità, in essi le vicende umane vengono accolte, composte e ricomposte, nell'impegnativo travaglio della conoscenza, per poter giungere a decifrare l'enigma dello spirito umano e fissare le traiettorie della sua emancipazione. Nel santuario della interiorità di Luigi Orione, non giungeva una storia dal volto consueto e dalle caratteristiche note ma una continua ascesi del pensiero, uno sforzo costante e ordinato di cogliere l’originalità e le sfide della storia , presupposti ineliminabili per capire l'uomo, la società e la stessa Chiesa. Non si fa, infatti, luce ripetendo luoghi comuni, usando il già detto, accontentandosi del sapere accumulato, in una grave e pericolosa pigrizia intellettuale. Non saremmo qui a celebrare il suo nome aggregato allo stuolo dei santi, se non avesse avuto una serietà e un rigore nei confronti della verità della sua epoca. La santità si origina anzitutto dalla docilità religiosa davanti alla realtà e alle informazioni-notizie che da essa emergono spesso in  forma caotica, confusa, contraddittoria, senza figura e senza nessi.

Eppure questo primo e pur fondamentale stadio del brusio delle cose, della registrazione esteriore degli accadimenti, in un vortice di accostamenti casuali, è una voce che cerca di percuotere lo spirito anche se il tragitto della verità  non si arresta qui. Non è sufficiente fermarsi al regno della cronaca che sazia solo la curiosità, all’istinto ingordo della chiacchiera. Occorre dell’altro. Dopo l’"assedio" vociferante, l'intelligenza deve aprire il suo cantiere e inaugurare l'elaborazione del vero, lasciandosi attirare da esso e dando i luminosi frutti della conoscenza intelligente. Don Orione fu anzitutto un uomo docile alla Verità che poté "disporre" di Lui facendone un suo servo buono e fedele. E Lui ordinò la sua esistenza come discepolo vigile di alcune verità che si trasformarono in luminose certezze, in idee-guida, in idee-forza del suo programma.

 

Indichiamole:

l. Tutto un passato cade, le basi del vecchio edificio sociale sono minate: occorre vivere guardando a ciò che sta per venire e avvenire, e non al passato.

 

2. Una grande epoca sta per venire: l'epoca del "fatto sociale": l’organizzazione della società, della cultura e dell'azione della Chiesa non può più essere di impostazione "paternalistica", fondata sul ruolo di superiorità o di egemonia anche morale o spirituale esercitato da minoranze. L'originalità dell'epoca che sta per venire è nell’accesso delle masse alla dignità economica, politica, culturale, religiosa. Gli umili, i poveri, i diseredati, gli esclusi, "la gente" costituisce il nuovo soggetto sociale, la nuova classe emergente. Chi non individua questo evento, oggi diremmo chi non fa questa lettura dei segni dei tempi, non può inserirsi nel vivo delle problematiche, delle tensioni, delle urgenze e delle invocazioni dell'umanità. Non può servire la causa di Dio, che è appunto la causa della crescita globale, divina, dell'umanità, attraverso una serie progressiva di "chiamate" all'autosuperamento, verso mete di civiltà e di grazia sempre più elevate.

 

3. Il fulcro da cui interpretare e servire la nuova epoca è "l'uomo", visto, sia come "persona" che come "gruppo sociale", nella realistica determinazione delle sue situazioni di lavoro, di cultura, di autocoscienza, di rapporto con gli altri; nella sua interiorità e nella drammaticità delle sue decisioni; l'uomo non più "minorenne" da allevare e guidare con sistemi protettivi e difensivi, da mantenere "in tutela" da altri a lui superiori. Nel cuore e nel centro di questa nuova pagina dell'evoluzione della storia c’è, dunque, l'uomo nel suo misterioso legame con il Disegno di Dio.

 

4. La carità, come nota essenziale della rivelazione del volto di Dio, costituisce la nuova frontiera della vita, della missione e anche della immagine visibile della Chiesa. Lo Spirito ci spinge come persone umane a superare forme statiche ed elitarie di convivenza umana per  contribuire all’origine di società solidali e conviviali, e come battezzati a fare delle nostre comunità “case e scuole di comunione”. La feconda concezione biblica di "popolo di Dio" si impone come categoria plasmatrice della vita e dell'organizzazione sacramentale della Chiesa; il dono divino dell'unità emerge come intrinsecamente capace di disegnare una Chiesa dall'immagine "popolare", incentrata sulla "santità dei rapporti", sull'esaltazione dei legami d'amore e sulla chiamata di tutti a servire la profezia e il servizio liberatore dei poveri.

 

5. Il Papa, in questo "paesaggio ecclesiale", rappresenta il vincolo personale e mistico della nuova vocazione missionaria della Chiesa nei confronti dell'umanità. Egli viene riscoperto sia come ministro della sapienza e della sollecitudine amorosa di Cristo pastore verso l'insieme del popolo umile; sia come "riconciliato" con i piccoli, con la gente, con le classi lavoratrici, dopo stagioni in cui contro tale immedesimazione si poneva persino un contesto socio-politico che non perdeva occasione per predicare la nocività e la negatività del rapporto Chiesa- popolo.

 

6. La nuova visione del mondo e della Chiesa spingeva don Orione a pensare  ad un corpo "di apostoli e banditori di Cristo, araldi di civiltà, che si dividano il mondo nel vincolo della fraternità, che vogliano e sappiano "essere una vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali, spiriti contemplativi e attivi, servi di Cristo e dei poveri": è questo la fisionomia della sua famiglia religiosa, della Piccola Opera della Divina Provvidenza, della nostra Congregazione.

 

7. Si delinea un nuovo soggetto ecclesiale alle prese con il suo spirito. Con la canonizzazione  di don Orione finisce la fase di una “ricezione limitata” ai soli suoi religiosi e religiose del suo spirito. Ed inizia una fase nuova allargata, con l’irruzione di nuovi interlocutori. Don Orione, possiamo così dire, torna a quella Chiesa da cui ci è arrivato, a quel popolo che ce lo ha donato: la famiglia si allarga, gli interpreti e gli eredi si moltiplicano. Questo deve rappresentare una grazia e un’opportunità per irradiare sulla “società” forze nuove.

Questo insieme di elementi era il tessuto profondo della sua mentalità, resa non solo e non tanto acquisizione e conoscenza, ma convinzione profonda, contemplazione. Don Orione illuminato dallo Spirito, egli entrava così in azione con il suo cuore; nutrito e orientato, così, percorreva le mille vie della Divina Provvidenza per tradurle in sapienza e amore.  Le sue realizzazioni furono l’avvio di un processo:  prime impronte di una visione ispirata  e alquanto inedita.

           Troppo imponente era la prospettiva che si delineava davanti a Lui per potersi adeguare  appieno a quella Volontà di Dio. Don Orione, pur avviando opere, attività e iniziative di vario genere, raccomandava, di tenere spalancato il genio della carità. I suoi sono dei "saggi" di intervento, degli "esordi" che non chiudono in alcun esclusivo campo specifico le forme di incarnazione della missione scaturita da quella Verità fatta vita, passione, ragione di fede e di donazione piena ai fratelli. Scrive, infatti che ci competono «tutte quelle opere di fede e di carità che, secondo i bisogni dei paesi e dei tempi piacesse alla Santa Sede indicarci come più atte a rinnovare in Gesù Cristo la società». E insiste: «I tempi corrono velocemente e sono alquanto cambiati, e noi, in tutto ciò che non tocca la dottrina, la vita cristiana e della Chiesa, dobbiamo andare e camminare alla testa di tempi e dei luoghi e dei popoli non alla coda e non farci trascinare. Per potere tirare e portare i popoli e la gioventù alla Chiesa e a Cristo, bisogna camminare alla testa. Allora toglieremo l'abisso che si va facendo tra popolo e Dio, tra il popolo e la Chiesa» (L I 25].

Quel fuoco santo, che animò mente e cuore, dovrebbe aver cambiato sede ed essersi acceso nell'interiorità di tutti noi, discepoli, amici ed estimatori di don Orione.

don Gino Moro, fdp